Se piangi, se ridi (se ti incazzi)

kakàfinestra.jpgDopo la felice conclusione del caso Kakà, provo a fare qualche considerazione in ordine sparso sulle cose che mi sono passate per la mente negli ultimi giorni.

1. Proprietà – Di chi sono le squadre di calcio? Facile: in termini razionali, del proprietario. Per esempio, il Milan è della Fininvest, che ci fa – legittimamente – quel che vuole. Ma dal momento che il meccanismo del calcio si basa su un fenomeno irrazionale come il tifo, che assomiglia più alla religione che allo spettacolo (vi immaginate la gente sotto casa di Tom Cruise per dirgli “Non fare quel film, fai quell’altro”?), non è che gli azionisti quantomeno “morali” sono i tifosi? È incredibile, ma qualcosa in questa vicenda autorizzerebbe quasi a pensarlo.

2. Stadio – Se hai il più forte giocatore del mondo e lo vendi, dopo non ce l’hai più. Sembra una banalità, ma in questo calcio fatto di Tv, di highlights, visto a casa da gente che ancora sabato prima di Milan-Fiorentina mi spiegava di divani, schermi a 50 pollici, pizze calde e un paio di buone Menabrea, qualcuno si ricorda che per chi va allo stadio, sta in giro qualche ora e prende un sacco di freddo, veder uno che gioca bene diventa molto più decisivo?

3. Abbonamenti – 100 milioni non erano poi molti. Come ha scritto Franco Rossi, con cui per una volta sono d’accordo (devo preoccuparmi?), sono poco più del doppio di quanto ha speso l’Inter per Quaresma e Mancini, che vanno in tribuna: due abbonamenti costosetti, ma pur sempre due abbonamenti.

4. Bilancio – Una cosa giusta Galliani l’ha detta: le squadre di calcio dovrebbero diventare economicamente autosufficienti. Accadrà mai? E da dove si comincia? Perché nessuna squadra italiana possiede lo stadio in cui gioca? Perché dentro San Siro non c’è un ristorante e dentro gli stadi inglesi c’è una città? Perché nell’ultracapitalista Nba c’è il tetto agli stipendi e da noi non se ne può neanche parlare?

5. Retroscena – Come sarà andata, veramente? Ha inventato tutto il Berlusca perché perdeva quattro punti nei sondaggi? Con tutta la disistima, mi pare complicato. Certo, in un paese in cui non si è ancora capito se le Brigate Rosse erano comuniste o fasciste/serviziosegretiste, si è sempre portati alla dietrologia.

6. Amore – Mia figlia di otto anni, che come spesso accade alle bambine è molto tifosa del suo papà, qualche anno fa è diventata molto tifosa del Milan. Quando aveva quattro anni, abbiamo deciso di comprare per lei la maglia di Sheva, il campione eponimo, il simbolo, il pupillo del presidente, il predestinato (sono nati lo stesso giorno, il 29 settembre), l’incedibile. Dopo poco ha dovuto sfilarsela. Ci abbiamo messo un annetto a elaborare il lutto, poi abbiamo deciso di puntare su Kakà. “È bravo, è bello e resterà tanti anni al Milan”, ci siamo detti comprando la nuova maglia. Ho passato una settimana di merda, pensando alla notizia che avrei dovuto darle.

7. Odio – Mentre la cessione di Riccardino nostro sembrava avvicinarsi a tutta velocità, pensavo che ci sarebbero tanti buoni motivi per odiare il calcio e in particolare questa squadra e in particolare questa proprietà. E invece se leggo una notizia su Michelangelo Albertazzi, difensore centrale della Primavera, mi batte il cuore. È venuto il momento di rileggere per la quarta o quinta volta Fever Pitch  (Febbre a 90’): in particolare quando dice che “la condizione naturale del tifoso di calcio è l’amara delusione, indipendentemente dal risultato” (pagina 18).

8. Lacrime – Ieri sera, mentre guardavo Kakà che sventolava la maglia rossonera dalla finestra e si batteva la mano sul cuore, mia moglie mi ha visto con la coda dell’occhio e, senza girarsi, mi ha detto: “Se piangi per questi qua ti ammazzo!”. Che cosa si perde! Che cosa assurda e meravigliosa, ragazzi!
 

Se piangi, se ridi (se ti incazzi)ultima modifica: 2009-01-20T15:48:43+01:00da admin
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